venerdì 17 luglio 2009

Una manciata di polvere, "forse", vane speranze.

La fuori su di un colle c'era una statua d'oro. Forse di un metallo più attraente dell'oro stesso, forse più pregiato. O forse di un metallo tutto fumo e niente arrosto. Sta di fatto che su questa statua giacevano compiaciuti, ben sistemati, rubicondi milioni e mlioni di granelli di polvere.
Per molti mesi cercò di passare spesso con adeguate soluzioni a detergere la liscia, brillante superficie di una così bella opera d'arte. In fondo poco importava il materiale, l'artista e la data. Era, ed è tutt'ora l'esempio vibrante dell'opera che si affranca dal proprio esecutore, per entrare nell'olimpo dei capolvori incompresi dai più.
La sorpresa si ripetè metodica, infastidente. I granelli di polvere di tempo continuavano ad ammassarsi imperterriti.
Si sa che le opere d'arte non posseggon dominio sui cuori, sugli sguardi, sui pensieri soltanto,ma ancor più sulle intemperie, fino a spingerle a spianar la strada alla loro visione, al loro sporsi all'anfiteatro scortese del mondo.
Perchè questa no? si chiese.

Rimase convinto che scavare sotto la fuliggine rimanesse un'ideale degno d'esser perseguito a più riprese, ma notò con amarezza un calante interesse per quel tipo di bello, causato da una divinità posta in qualche nuvola di sporco, capace di togliere speranza ai cuori e bellezza alle forme. Fino a lasciare solo qualche spazio, miseri spiragli, un qualche raggio un po' affeviolito.

Convenne infine di dover restare ben saldo a quei raggi. Improvvisarsi Tarzan e usarli come liane...