Considerando latitudine e coordinate, i toni caldi del periodo una legittimazione la strappano.
E così pure quell'indugiare del sole fino all'ora tarda. Raggi dietro la schiena ed espressione sognante di chi tira tardi per rincontrare la pallida sua innamorata che una maledizione ripetutamente relega nell'altro emisfero. Struggente impossibilità della compresenza.
L'odore del sale condisce queste correnti che noi tutti sfruttiamo per raggiungere una meta irriverente posta ogni giorno un miglio o due più in là.
Qualche umano cerca assorto una catarsi, mentre il cane lo conduce a passeggio, chè è tutto il giorno che sta dentro a nonvivere davanti a un pc. Stringo il cuore e chiudo ogli occhi quando l'ennesimo individuo alza una nuvola di sabbia al suo passaggio, cercando fiato per la sua gara contro il tempo. Ma è ben noto che chi non vola ne resta fermo quella gara l'ha già persa.
Planare guardando giù è stupendo e terrible, il pelo dell'acqua è un enorme incendio blu, ogni singola spasmodica increspatura recita la parte del fuoco a memoria, così fedelmente da meritare 8 minuti di applausi. Ho avuto paura di bruciarmi la coda. Ma sono atterato ugualmente. Sembrava quasi la fucina del mondo, il suo modo di incenerire i demoni dei suoi abitanti. Strade smarrite, senitmenti mai compresi, riflessioni sussurrate dopo uno schianto...
Lancerò un grido che non capirete,che la verità necessità di interprete, e tornerò sul mio scoglio...
martedì 20 aprile 2010
mercoledì 14 aprile 2010
trediciaprile malscritto
Pensò fosse come una graduale salita in ascensore. Ma un viaggio più lungo, a tappe regolari. L'ascensore come campo, i piani come una panchina. E un continuo susseguirsi di cambi (dicesi amichevole), strette di mano come i 5 sotto il quarto uomo col segnalatore.
Un Caso in crisi d'identità, che non ricorda se di cognome faccia destino, se abbia un datore di lavoro ai Piani Alti. Che comunque ti porta sulla soglia di sorrisi stupiti e conosciuti, di malinconie orientali, di momenti banali, oleosi di routine, ma intrisi anche di un valore e conclusi con sorrisi sovrappensiero.
E quel patto poco convinto con se stesi, di lasciar perdere quel fiore. E di stare fisso sullo scopo principale. Proposito decisamente annientato dallo splendore indiscutibile, magnetico di quei petali.
La voglia di cercare la porta di quel giardino, e fare un solo passo alla volta.
Un Caso in crisi d'identità, che non ricorda se di cognome faccia destino, se abbia un datore di lavoro ai Piani Alti. Che comunque ti porta sulla soglia di sorrisi stupiti e conosciuti, di malinconie orientali, di momenti banali, oleosi di routine, ma intrisi anche di un valore e conclusi con sorrisi sovrappensiero.
E quel patto poco convinto con se stesi, di lasciar perdere quel fiore. E di stare fisso sullo scopo principale. Proposito decisamente annientato dallo splendore indiscutibile, magnetico di quei petali.
La voglia di cercare la porta di quel giardino, e fare un solo passo alla volta.
martedì 6 aprile 2010
Pool
Una guancia piatta. Logora e segnata dal tempo, oppure liscia, levigata. Curiosamente estranea a tonalità rosate. Protesa verso il color bottiglia o zaffiro.
Quelle dita diritte che la sfiorano con concitata reverenza, senza mai realmente impremere una rilevante pressione. E lacrime sferiche, in fuga per tragitti e traiettorie. Noncuranti della gravità, ma dal percorso immaginabile. Previdibile. Lacrime rotanti, sospinte come trote di fiume verso la propria origine. Pupille che cadono stanche dentro buie cavità oculari.
Una routine che simula competizione. Serie di mosse, lanci, rimbalzi. Due maschere da giocatori, entità dotate di uno scopo. Vincere.
E, ironia della sorte, il più totale disinteresse verso la vittoria in quanto tale.
Sorrise pensando a quanto il prevalere si configurasse ai suoi occhi, come l'inutile conseguenza dell'aver lasciato scritto, su quella pagina scorrevole, una serie di percorsi. Calligrafia illegibile in cui narrare la storia della propria inquietudine, delle proprie aspettative disilluse, dei propri timori e impazienze.
Focalizzò pienamente che quanto più questo sentire avesse prevalso sulla vista, sulla coordinazione della mano, sul modo coerente di impugnare quel lungo pennino, tantopiù le geometrie avrebbero quadrato, la qualità del gioco si sarebbe affinata.
Gustò infine ancora una volta gli effetti di quell'esorcismo, che usa colpi al posto di canti, sfere al posto di preghiere, gessetti per i suoi rituali.
E l'effimera leggerezza dell'aver gettato, per un paio d'ore, tutti quei massi in quelle buche indistinte d'abisso.
Quelle dita diritte che la sfiorano con concitata reverenza, senza mai realmente impremere una rilevante pressione. E lacrime sferiche, in fuga per tragitti e traiettorie. Noncuranti della gravità, ma dal percorso immaginabile. Previdibile. Lacrime rotanti, sospinte come trote di fiume verso la propria origine. Pupille che cadono stanche dentro buie cavità oculari.
Una routine che simula competizione. Serie di mosse, lanci, rimbalzi. Due maschere da giocatori, entità dotate di uno scopo. Vincere.
E, ironia della sorte, il più totale disinteresse verso la vittoria in quanto tale.
Sorrise pensando a quanto il prevalere si configurasse ai suoi occhi, come l'inutile conseguenza dell'aver lasciato scritto, su quella pagina scorrevole, una serie di percorsi. Calligrafia illegibile in cui narrare la storia della propria inquietudine, delle proprie aspettative disilluse, dei propri timori e impazienze.
Focalizzò pienamente che quanto più questo sentire avesse prevalso sulla vista, sulla coordinazione della mano, sul modo coerente di impugnare quel lungo pennino, tantopiù le geometrie avrebbero quadrato, la qualità del gioco si sarebbe affinata.
Gustò infine ancora una volta gli effetti di quell'esorcismo, che usa colpi al posto di canti, sfere al posto di preghiere, gessetti per i suoi rituali.
E l'effimera leggerezza dell'aver gettato, per un paio d'ore, tutti quei massi in quelle buche indistinte d'abisso.
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