Una guancia piatta. Logora e segnata dal tempo, oppure liscia, levigata. Curiosamente estranea a tonalità rosate. Protesa verso il color bottiglia o zaffiro.
Quelle dita diritte che la sfiorano con concitata reverenza, senza mai realmente impremere una rilevante pressione. E lacrime sferiche, in fuga per tragitti e traiettorie. Noncuranti della gravità, ma dal percorso immaginabile. Previdibile. Lacrime rotanti, sospinte come trote di fiume verso la propria origine. Pupille che cadono stanche dentro buie cavità oculari.
Una routine che simula competizione. Serie di mosse, lanci, rimbalzi. Due maschere da giocatori, entità dotate di uno scopo. Vincere.
E, ironia della sorte, il più totale disinteresse verso la vittoria in quanto tale.
Sorrise pensando a quanto il prevalere si configurasse ai suoi occhi, come l'inutile conseguenza dell'aver lasciato scritto, su quella pagina scorrevole, una serie di percorsi. Calligrafia illegibile in cui narrare la storia della propria inquietudine, delle proprie aspettative disilluse, dei propri timori e impazienze.
Focalizzò pienamente che quanto più questo sentire avesse prevalso sulla vista, sulla coordinazione della mano, sul modo coerente di impugnare quel lungo pennino, tantopiù le geometrie avrebbero quadrato, la qualità del gioco si sarebbe affinata.
Gustò infine ancora una volta gli effetti di quell'esorcismo, che usa colpi al posto di canti, sfere al posto di preghiere, gessetti per i suoi rituali.
E l'effimera leggerezza dell'aver gettato, per un paio d'ore, tutti quei massi in quelle buche indistinte d'abisso.
martedì 6 aprile 2010
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