martedì 21 dicembre 2010

Monologo di uno scoglio-apprendista

Non è facile essere un apprendista-scoglio.
In primo luogo perchè non è da tutti essere fermi, nelle proprie idee e convinzioni. Coerenti verso i propri ideali. Non è facile perchè uno scoglio ha la pelle ruvida di chi ha esperienza,di chi ne ha passate di maree. Ha resistito al soffio gelido del fortunale invernale, e all'alito caldo e ossessionante di un libeccio maniaco. He tenuto compagnia al pescatore taciturno, sopportando i suoi silenzi,il mal di mare dei suoi problemi e le sue ansie... le aspirazioni naufragate sul vetro di un oblò da cui è osservatore non pagante della sua vita.
Non è immediato essere scoglio, perchè per essere quel pezzo di pietra intagliato dall'uomo lo devi amare il mare, devi saperlo corteggiare e soprattutto aver presente di non esserne il proprietario, ed essere in grado di non farsi affogare dalle onde portatrici di dubbi, infide paure governate dai signori delle tempeste. I padroni dell'egoismo, dello sconforto. Gli svilitori del proprio essere unici, irripetibili, incontestabili nella propria essenza.
Essere scoglio significa inseguire la tranquillità del tronco d'albero spezzato dalla tempesta, che fa il morto sulla superficie dell'amore. E si lascia trasportare.
Sopportare le onde, convivere all'occasione coi topi che sussurrano malevoli alle orecchie, con parassiti che si aggrappano. Accogliere chi ti sbatte contro. Senza frantumarsi.

Per tutto questo vale la pena di essere apprendista. Per la gioia che da il vedere il sole del tuo viso, il vento dei tuoi capelli, l'azzuro che si fonde col verde dei tuoi occhi di cielo. Per la morbidezza delle tue labbra di spuma.E il loro sapore.
Voglio essere uno scoglio. Noncurante delle intemperie.

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